Indice
- Panoramica degli studi
- Talassemie
- Sindromi mielodisplastiche
- Mielofibrosi e neoplasie mieloproliferative
- Anemie ereditarie rare
- Esiti misurati negli studi
- Chi può partecipare
Panoramica degli studi
Nei dati forniti, Luspatercept viene studiato in trial interventionali per diverse forme di anemia e per condizioni del midollo osseo che causano bisogno di trasfusioni.[1][2] Gli studi includono fasi 2, 3, uno studio di fase 1/2 e uno studio classificato come low intervention.[3] In generale, questi trial cercano di capire se Luspatercept può migliorare l’anemia, ridurre le trasfusioni e risultare sicuro in popolazioni diverse.[4]
Talassemie
Alcuni studi riguardano la beta-talassemia, sia in persone non trasfusione-dipendenti sia in bambini con forme trasfusione-dipendenti o non trasfusione-dipendenti.[5] Uno studio di fase 2a in età pediatrica vuole trovare la dose raccomandata e valutare la farmacocinetica, cioè come il farmaco si muove nel corpo, nei partecipanti con beta-talassemia.[5] In un altro studio, l’obiettivo è vedere se correggere l’anemia con Luspatercept può migliorare la metabolismo dell’ossigeno cerebrale, misurato con risonanza magnetica, in persone con beta-talassemia non trasfusione-dipendente.[1]
Per la alfa-talassemia, un trial di fase 2 include adulti e adolescenti con anemia e valuta risposte diverse a seconda dell’età e del tipo di paziente.[6] Negli adulti, uno degli obiettivi è ridurre il carico trasfusionale o aumentare l’emoglobina; negli adolescenti, invece, si osservano soprattutto dose tollerabile, farmacocinetica e sicurezza.[6]
Sindromi mielodisplastiche
Molti trial sono dedicati alle sindromi mielodisplastiche (MDS), soprattutto a rischio molto basso, basso o intermedio.[7] Alcuni studi includono persone che hanno bisogno di trasfusioni di globuli rossi e che non hanno risposto, non tollerano o non sono adatte a trattamenti precedenti come gli ESA, cioè farmaci che stimolano la produzione di globuli rossi.[4]
Uno studio di fase 3 confronta Luspatercept con epoetina alfa in persone con MDS a basso rischio che non hanno mai ricevuto ESA e che richiedono trasfusioni.[8] Un altro studio di fase 3 valuta se Luspatercept può dare indipendenza trasfusionale per 8 settimane con aumento medio dell’emoglobina di almeno 1 g/dL nei pazienti con MDS a rischio molto basso, basso o intermedio che richiedono trasfusioni.[9]
Ci sono anche studi più mirati, per esempio in pazienti con del5q, cioè una specifica alterazione cromosomica nelle MDS.[4] In questo studio di fase 2, il risultato principale è l’indipendenza trasfusionale per 8 settimane nelle prime 24 settimane di trattamento.[4] Un altro studio di fase 3 valuta la conversione da non trasfusione-dipendente a trasfusione-dipendente in persone con MDS a basso rischio, confrontando Luspatercept con epoetina alfa.[7]
Lo studio di fase 3B con BMS-986346, che nei dati forniti corrisponde a Luspatercept, osserva la sicurezza a lungo termine in persone che hanno già partecipato ad altri trial con questo farmaco.[3] Gli esiti includono eventi avversi, progressione a MDS ad alto rischio o molto alto rischio, progressione ad AML nelle persone con MDS o mielofibrosi, e comparsa di altri tumori o lesioni precancerose.[3]
Mielofibrosi e neoplasie mieloproliferative
Un trial di fase 3 studia Luspatercept in adulti con mielofibrosi associata a neoplasia mieloproliferativa che assumono già un inibitore di JAK2 e che hanno bisogno di trasfusioni di globuli rossi.[2] L’obiettivo principale è vedere quante persone diventano libere da trasfusioni per un periodo continuo di 12 settimane.[2]
Un altro studio di fase 2 valuta Luspatercept insieme a momelotinib in persone con mielofibrosi trasfusione-dipendente.[10] Qui il risultato principale è la proporzione di partecipanti che non hanno bisogno di trasfusioni per almeno 12 settimane entro la settimana 24.[10]
Anemie ereditarie rare
Lo studio LUSPARA valuta Luspatercept in persone con anemie ereditarie rare.[11] Il trial è di fase 2 e misura se il trattamento può ridurre il carico trasfusionale di almeno il 33% o aumentare l’emoglobina di almeno 1,0 g/dL in un intervallo di 12 settimane senza trasfusioni.[11] Nel sommario fornito, le sottopopolazioni citate includono gruppi come CSA, CDA e NTD-DBA, cioè diversi tipi di anemia ereditaria rara.[11]
Esiti misurati negli studi
Gli esiti principali nei trial sono spesso legati alla risposta eritroide, cioè il miglioramento della produzione di globuli rossi.[5][6] Molti studi usano l’indipendenza trasfusionale come obiettivo, definita come assenza di trasfusioni per 8, 12 o più settimane, a seconda del disegno dello studio.[2][9]
Altri endpoint includono l’aumento dell’emoglobina, la conversione da non trasfusione-dipendente a trasfusione-dipendente, gli eventi avversi, la farmacocinetica e la dose raccomandata nei bambini o negli adolescenti.[5][7] In uno studio, viene anche misurato il CMRO2, cioè il consumo cerebrale di ossigeno, con una tecnica MRI chiamata TRUST.[1]
Chi può partecipare
Le popolazioni studiate sono diverse e dipendono dal trial.[1] Alcuni studi includono adulti con MDS a basso rischio e bisogno di trasfusioni, altri bambini con beta-talassemia, altri ancora adolescenti con alfa-talassemia o persone con mielofibrosi.[5][6][10]
In molti casi, i partecipanti devono avere anemia documentata e una storia di trasfusioni, oppure essere non trasfusione-dipendenti ma con bisogno di migliorare l’emoglobina.[4][11] Alcuni studi richiedono anche che i pazienti abbiano già provato altre terapie, come ESA o lenalidomide, oppure che siano adatti a un confronto diretto con un altro trattamento.[4][7]


