L’encefalite di Rasmussen è una rara condizione cerebrale che di solito inizia con crisi epilettiche durante l’infanzia, e una diagnosi precoce e corretta può fare una reale differenza nel modo in cui le famiglie affrontano le scelte terapeutiche e pianificano il futuro.
Introduzione: Chi Dovrebbe Sottoporsi alla Diagnostica
Se vostro figlio manifesta una crisi epilettica per la prima volta, è essenziale consultare un medico il prima possibile. Questo è particolarmente importante se le crisi diventano più frequenti nel tempo o se notate altri cambiamenti nelle capacità o nel comportamento del bambino. L’encefalite di Rasmussen colpisce tipicamente i bambini tra i 2 e i 10 anni di età, anche se circa il 10% dei casi si verifica in adolescenti e adulti.[1][2]
I genitori e chi si prende cura dei bambini dovrebbero cercare una valutazione medica quando le crisi epilettiche sono accompagnate da ulteriori segnali d’allarme. Questi segnali potrebbero includere una leggera debolezza in un braccio o una gamba, cambiamenti nelle capacità di linguaggio o nell’eloquio, oppure un evidente declino nelle capacità cognitive o nel rendimento scolastico. Poiché l’encefalite di Rasmussen è così rara—colpisce solo circa 2 persone su 10 milioni—i medici potrebbero non sospettarla immediatamente.[1] Tuttavia, quando le crisi non rispondono bene ai farmaci e sono associate a sintomi neurologici che interessano un lato del corpo, diventa necessaria un’indagine più approfondita.
I bambini che erano precedentemente sani e poi iniziano a manifestare crisi focali (crisi che iniziano in un’area o in un lato del cervello) dovrebbero essere attentamente monitorati. A volte queste crisi possono manifestarsi come contrazioni solo in una mano o un braccio, oppure potrebbero comportare alterazioni della coscienza. Circa la metà delle persone con encefalite di Rasmussen sviluppa un tipo particolarmente caratteristico di crisi chiamata epilessia partialis continua, in cui si verificano contrazioni continue nel viso, nel braccio o nella gamba su un lato del corpo ogni pochi secondi o minuti.[1][2]
È importante notare che l’encefalite di Rasmussen di solito inizia in individui altrimenti sani. La malattia non fa distinzioni in base alla storia familiare o alle condizioni di salute precedenti. Se notate che le crisi di vostro figlio stanno diventando difficili da controllare con i farmaci antiepilettici standard—una situazione che i medici chiamano epilessia intrattabile o farmaco-resistente—questo è un altro valido motivo per procedere con test diagnostici completi.[2]
Metodi Diagnostici
La diagnosi dell’encefalite di Rasmussen comporta una combinazione di osservazione clinica, esame neurologico e diversi test specializzati. Poiché la condizione è così poco comune, gli operatori sanitari si affidano a molteplici elementi di prova per confermare la diagnosi ed escludere altre condizioni che potrebbero causare sintomi simili.[1]
Storia Medica ed Esame Neurologico
Il processo diagnostico inizia tipicamente con una revisione dettagliata della storia medica del paziente e una valutazione neurologica approfondita. I medici chiederanno informazioni su quando sono iniziate le crisi, quanto spesso si verificano, come si manifestano e se ci sono stati cambiamenti nelle capacità o nel comportamento del bambino nel tempo. Durante l’esame neurologico, il medico valuterà le capacità motorie, la coordinazione, la vista, il linguaggio e la funzione cognitiva per identificare eventuali segni di debolezza o declino che interessano un lato del corpo.[5]
Risonanza Magnetica (RM)
La risonanza magnetica, o RM, è uno degli strumenti diagnostici più importanti per l’encefalite di Rasmussen. Una RM utilizza magneti e onde radio per creare immagini dettagliate del cervello senza utilizzare radiazioni. Nei pazienti con encefalite di Rasmussen, le scansioni RM possono rivelare un restringimento o una perdita di tessuto cerebrale—chiamata atrofia—su un lato del cervello. Questa atrofia diventa tipicamente più visibile man mano che la malattia progredisce.[1][6]
Tuttavia, è importante capire che una RM eseguita molto precocemente nella malattia può apparire normale o mostrare solo cambiamenti sottili. Nelle fasi iniziali, la RM potrebbe mostrare un gonfiore in un emisfero del cervello, e i segni di atrofia potrebbero non essere ancora evidenti. Questo è il motivo per cui ripetere l’imaging nel tempo può essere utile, poiché la natura progressiva della perdita di tessuto cerebrale diventa più chiara con le scansioni di follow-up.[6]
Elettroencefalogramma (EEG)
Un elettroencefalogramma, o EEG, è un test che registra l’attività elettrica del cervello utilizzando sensori posizionati sul cuoio capelluto. Poiché le crisi sono solitamente il primo e più prominente sintomo dell’encefalite di Rasmussen, un EEG è particolarmente utile per comprendere il tipo e la localizzazione dell’attività cerebrale anomala. Il test può mostrare pattern di rallentamento o attività epilettica localizzata in un’area, una regione o un intero lato del cervello, a seconda dello stadio della malattia.[6]
L’EEG è un test non invasivo e indolore, anche se può richiedere del tempo per essere completato. In alcuni casi, i medici possono raccomandare un monitoraggio EEG prolungato per catturare l’attività epilettica nel corso di ore o persino giorni. Questo monitoraggio esteso aiuta i medici a vedere esattamente come si comporta il cervello durante una crisi e tra le crisi, il che può fornire preziosi indizi sull’estensione e la localizzazione del problema.[5]
Tomografia Computerizzata (TC)
Una tomografia computerizzata, o TC, è un altro esame di imaging che utilizza raggi X per creare immagini in sezione trasversale del cervello. Sebbene le scansioni TC non siano dettagliate come le RM per visualizzare i tessuti molli come il cervello, possono comunque rivelare cambiamenti importanti come l’atrofia cerebrale o anomalie nella struttura cerebrale. Le scansioni TC sono più veloci delle RM e possono essere utilizzate in situazioni di emergenza o quando una RM non è immediatamente disponibile.[5]
Esami del Sangue e Puntura Lombare
Possono essere eseguiti esami del sangue di routine per cercare segni di infezione, infiammazione o altre anomalie che potrebbero spiegare i sintomi. Un emocromo completo e altri esami di laboratorio possono fornire informazioni sul funzionamento generale dell’organismo e aiutare a escludere altre cause di crisi epilettiche.[8]
In alcuni casi, i medici possono anche raccomandare una puntura lombare o rachicentesi. Durante questa procedura, viene prelevata una piccola quantità di liquido dall’area intorno al midollo spinale e analizzata. Questo test può aiutare a diagnosticare o escludere infezioni o altre condizioni infiammatorie che interessano il cervello e il sistema nervoso. Sebbene una puntura lombare possa fornire informazioni utili, non sempre è in grado di diagnosticare definitivamente l’encefalite di Rasmussen da sola.[8]
Biopsia Cerebrale
In alcune situazioni, può essere presa in considerazione una biopsia cerebrale per confermare la diagnosi di encefalite di Rasmussen. Una biopsia comporta la rimozione di un piccolo campione di tessuto cerebrale per l’esame al microscopio. Questo permette ai medici di cercare segni specifici di infiammazione e attività delle cellule immunitarie che sono caratteristici dell’encefalite di Rasmussen. Le biopsie possono rivelare l’infiltrazione di cellule immunitarie chiamate linfociti T, insieme ad altri cambiamenti nel tessuto cerebrale che supportano la diagnosi.[3]
Poiché una biopsia cerebrale è una procedura invasiva che comporta alcuni rischi, è tipicamente riservata ai casi in cui la diagnosi è incerta e altri test non hanno fornito risposte chiare. La decisione di eseguire una biopsia viene presa con attenzione, soppesando i potenziali benefici di una diagnosi definitiva rispetto ai rischi della procedura stessa.[3]
Test Neuropsicologici
Come parte della valutazione completa, i medici possono raccomandare test neuropsicologici. Questi test valutano vari aspetti della funzione cerebrale, inclusi memoria, capacità di pensiero, abilità linguistiche e risoluzione di problemi. Poiché l’encefalite di Rasmussen può causare un declino cognitivo progressivo, i test neuropsicologici aiutano a stabilire una base di riferimento delle capacità del bambino e possono tracciare i cambiamenti nel tempo. Queste informazioni sono anche preziose per pianificare il supporto educativo e i servizi di riabilitazione.[7]
Capire come la malattia colpisce diverse aree del cervello—in particolare se coinvolge il lato del cervello responsabile del linguaggio e della memoria—può aiutare le famiglie e i team sanitari ad anticipare le sfide e pianificare interventi appropriati.
Diagnostica per la Qualificazione agli Studi Clinici
Sebbene ci siano informazioni limitate disponibili specificamente sui criteri diagnostici utilizzati per qualificare i pazienti agli studi clinici nell’encefalite di Rasmussen, i metodi diagnostici generali descritti sopra costituiscono la base per determinare l’idoneità. Gli studi clinici per malattie rare come l’encefalite di Rasmussen richiedono tipicamente una documentazione accurata della diagnosi attraverso una combinazione di sintomi clinici, risultati di imaging, risultati EEG e talvolta conferma tramite biopsia.[3]
I ricercatori che conducono studi clinici devono assicurarsi che i partecipanti abbiano effettivamente la condizione oggetto dello studio. Questo significa spesso che i pazienti devono soddisfare criteri diagnostici specifici, che possono includere evidenza di infiammazione cerebrale unilaterale progressiva, crisi farmaco-resistenti che interessano un emisfero e declino neurologico progressivo coerente con l’encefalite di Rasmussen. Gli studi di imaging che mostrano pattern caratteristici di atrofia cerebrale e i risultati EEG che dimostrano attività epilettica focale o emisferica sono tipicamente componenti essenziali del processo di arruolamento.[3]
Data la rarità dell’encefalite di Rasmussen—con solo circa due nuovi casi all’anno identificati anche nei grandi centri di epilessia—gli studi clinici per questa condizione sono poco comuni e possono coinvolgere solo un piccolo numero di partecipanti. Le famiglie interessate alla partecipazione a studi clinici dovrebbero discutere questa opzione con il neurologo o l’epilettologo del loro bambino, che può aiutare a identificare eventuali studi disponibili e determinare se il bambino soddisfa i requisiti di idoneità.[2]
La partecipazione a uno studio clinico può offrire accesso a trattamenti o terapie sperimentali che non sono ancora ampiamente disponibili. Tuttavia, è importante capire che gli studi clinici sono studi di ricerca progettati per raccogliere informazioni, e non c’è garanzia che un trattamento sperimentale sarà efficace. Le famiglie che considerano questa opzione dovrebbero esaminare attentamente i potenziali benefici e rischi con il loro team sanitario e prendere una decisione informata basata sulle circostanze individuali del loro bambino.

