Introduzione: Chi Dovrebbe Sottoporsi agli Esami Diagnostici
Le donne che avvertono fastidio nella zona vulvare o vaginale dovrebbero considerare una valutazione diagnostica quando i sintomi persistono per più di qualche giorno, continuano a ripresentarsi dopo un iniziale miglioramento, oppure interferiscono in modo significativo con le attività quotidiane. I sintomi del fastidio vulvovaginale possono includere bruciore, prurito, irritazione, indolenzimento, sensazioni di puntura o pelle viva, che possono essere costanti o scatenati da attività specifiche come i rapporti sessuali, l’inserimento di assorbenti interni, lo stare sedute a lungo o indossare abiti aderenti.[1]
È particolarmente importante consultare un professionista sanitario se il dolore dura tre mesi o più senza una causa evidente, oppure se rende impossibili le normali attività quotidiane. Alcune donne ritardano la richiesta di aiuto per imbarazzo o perché la vulva può apparire completamente normale nonostante il disagio avvertito. Tuttavia, i professionisti sanitari sono formati per valutare questi sintomi e possono fornire indicazioni efficaci anche quando non ci sono cambiamenti visibili sulla pelle.[4]
Le donne che notano cambiamenti nelle perdite vaginali, sviluppano dolore nuovo o in peggioramento durante i rapporti sessuali, hanno difficoltà con la minzione, o osservano modifiche visibili della pelle come rossore, gonfiore, macchie bianche o lesioni nella zona vulvare dovrebbero programmare una consulenza medica. Una diagnosi precoce può aiutare a distinguere tra diverse cause e portare a risultati terapeutici più efficaci.[3]
Metodi Diagnostici Classici
Raccolta della Storia Medica Completa
Il processo diagnostico inizia con una conversazione dettagliata tra la paziente e il medico. Il professionista chiederà informazioni sulla natura del dolore—se si manifesta come bruciore, pizzicore, pulsazione o punture—e da quanto tempo sono presenti i sintomi. Le domande su quando si verifica il dolore sono ugualmente importanti: avviene spontaneamente, oppure è scatenato dal contatto, dall’attività sessuale, dall’esercizio fisico o da altre azioni specifiche?[10]
I medici solitamente chiedono informazioni su precedenti infezioni vaginali, condizioni della pelle che colpiscono altre parti del corpo, storia sessuale, uso di prodotti per l’igiene personale, tipi di abbigliamento e biancheria intima indossati, e qualsiasi farmaco o trattamento già provato. Potrebbero anche informarsi sulla storia chirurgica e se i sintomi influenzano il sonno, la concentrazione o le relazioni intime. Questa anamnesi completa aiuta a restringere le possibili cause prima che inizi qualsiasi esame fisico.[2]
Esame Fisico
Un esame pelvico è un passaggio fondamentale nella diagnosi del fastidio vulvovaginale. Durante questo esame, il medico ispeziona attentamente i genitali esterni, compresa la vulva, per cercare segni di infezione, infiammazione, disturbi della pelle o anomalie strutturali. L’esame verifica la presenza di rossore, gonfiore, perdite insolite, lesioni cutanee, macchie bianche o aree dove la pelle appare sottile o danneggiata.[7]
In molti casi, soprattutto quando la vulva appare normale, il medico potrebbe dover esaminare la vagina utilizzando uno speculum, uno strumento che apre delicatamente le pareti vaginali per permettere la visualizzazione dei tessuti vaginali e della cervice. Questo aiuta a identificare fonti interne di disagio e consente al medico di raccogliere campioni per test di laboratorio.[10]
Test del Tampone di Cotone
Il test del tampone di cotone, chiamato anche test Q-tip, è uno strumento diagnostico semplice ma informativo utilizzato per mappare le aree di dolore e sensibilità. Un medico utilizza un tampone di cotone inumidito per toccare delicatamente diverse aree della vulva, compresa l’apertura della vagina e i tessuti circostanti. Alla paziente viene chiesto di descrivere la sensazione in ogni punto—se è indolore, leggermente fastidiosa o molto dolorosa.[4]
Questo test aiuta a distinguere tra vulvodinia localizzata, dove il dolore è concentrato in un punto specifico (spesso vicino all’apertura vaginale), e vulvodinia generalizzata, dove il disagio è avvertito in tutta l’area vulvare. Il test del tampone di cotone aiuta anche a determinare se il dolore è provocato dal contatto o si verifica spontaneamente senza alcun fattore scatenante.[11]
Test di Laboratorio sui Campioni Vaginali
Quando si sospetta un’infezione, i medici raccolgono campioni dalla vagina utilizzando un tampone. Questi campioni vengono sottoposti a diversi tipi di analisi di laboratorio per identificare la causa dei sintomi. La microscopia consiste nell’esaminare il campione al microscopio immediatamente per cercare cellule di lievito, batteri o parassiti. Il medico può anche misurare il pH vaginale, che indica il livello di acidità dei fluidi vaginali. Un pH normale è compreso tra 3,8 e 4,5; livelli più elevati possono suggerire vaginosi batterica o altre infezioni.[6]
Il preparato a fresco è una tecnica in cui il campione vaginale viene mescolato con una piccola quantità di soluzione salina e esaminato al microscopio. Questo test può rivelare la presenza di Candida (lievito), Trichomonas (un parassita) o cellule guida associate alla vaginosi batterica. Inoltre, può essere eseguita una coltura, in cui il campione viene posto in un terreno di crescita speciale e osservato per diversi giorni per identificare batteri o funghi specifici. I test di coltura sono particolarmente utili quando i risultati iniziali della microscopia sono negativi ma i sintomi suggeriscono fortemente un’infezione.[18]
Biopsia Cutanea
Quando la pelle vulvare appare anomala—mostrando macchie bianche, aree ispessite, ulcere o lesioni sospette—un medico può raccomandare una biopsia. Durante una biopsia, un piccolo campione di tessuto cutaneo viene rimosso dall’area interessata, solitamente dopo aver applicato un anestetico locale per intorpidire la zona. Il campione di tessuto viene quindi inviato a un laboratorio dove un patologo lo esamina al microscopio.[10]
La biopsia aiuta a diagnosticare condizioni cutanee come il lichen sclerosus (una condizione che causa pelle sottile e fragile), il lichen planus (un disturbo infiammatorio della pelle) o altri problemi dermatologici che colpiscono la vulva. Può anche escludere cambiamenti precancerosi o cancerosi, il che è importante quando le lesioni appaiono insolite o non rispondono ai trattamenti standard.[7]
Esami del Sangue per la Valutazione Ormonale
In alcune situazioni, soprattutto quando si sospettano squilibri ormonali come fattore contribuente, possono essere prescritti esami del sangue per misurare i livelli di ormoni come estrogeni, progesterone e testosterone. I cambiamenti ormonali, in particolare la diminuzione degli estrogeni che si verifica durante la menopausa, possono portare all’assottigliamento e alla secchezza dei tessuti vaginali e vulvari, una condizione nota come vaginite atrofica o atrofia vaginale.[5]
Le donne che assumono contraccettivi ormonali o che hanno subito l’asportazione chirurgica delle ovaie possono anche sperimentare cambiamenti ormonali che contribuiscono al fastidio vulvovaginale. Gli esami del sangue forniscono informazioni oggettive sui livelli ormonali e aiutano a guidare le decisioni su eventuali benefici della terapia ormonale sostitutiva o di altri interventi.[10]
Esclusione di Altre Condizioni
I medici utilizzano i test diagnostici non solo per identificare la causa dei sintomi ma anche per escludere altre condizioni che possono imitare il fastidio vulvovaginale. Per esempio, infezioni sessualmente trasmissibili come gonorrea, clamidia o herpes possono causare dolore genitale e devono essere escluse attraverso test appropriati. Le infezioni del tratto urinario possono causare bruciore durante la minzione che può essere confuso con dolore vulvare.[6]
Condizioni che colpiscono i muscoli del pavimento pelvico, come il vaginismo (spasmi muscolari involontari), possono anche causare dolore durante i rapporti sessuali o gli esami pelvici. In questi casi, un esame fisico da parte di un medico specializzato nella valutazione del pavimento pelvico può identificare tensione muscolare o spasmi che contribuiscono ai sintomi.[11]
Diagnostica per la Qualificazione agli Studi Clinici
Quando le donne con fastidio vulvovaginale vengono considerate per l’arruolamento in studi clinici che testano nuovi trattamenti, sono tipicamente richieste procedure diagnostiche più standardizzate e dettagliate. Gli studi clinici devono garantire che i partecipanti abbiano una diagnosi confermata e soddisfino criteri specifici prima di poter essere inclusi nello studio.
Valutazione Standardizzata del Dolore
Gli studi clinici spesso utilizzano questionari strutturati e scale del dolore standardizzate per misurare la gravità e le caratteristiche del fastidio vulvovaginale. Alle partecipanti può essere chiesto di valutare l’intensità del loro dolore su una scala numerica (come da 0 a 10) o di descrivere il dolore utilizzando strumenti di valutazione validati. Queste misurazioni aiutano i ricercatori a determinare se i sintomi di una persona sono abbastanza gravi da qualificarsi per lo studio e forniscono una base di riferimento rispetto alla quale misurare gli effetti del trattamento.[12]
Alcuni studi richiedono che le partecipanti tengano diari dettagliati del dolore per diverse settimane prima dell’arruolamento, documentando quando si verifica il dolore, cosa lo scatena e come influisce sulle attività quotidiane. Queste informazioni aiutano a stabilire che i sintomi sono costanti e persistenti piuttosto che occasionali o temporanei.
Conferma della Diagnosi Attraverso il Test del Tampone di Cotone
Per gli studi che si concentrano specificamente sulla vulvodinia—dolore vulvare cronico senza una causa chiaramente identificabile—gli studi clinici tipicamente richiedono risultati positivi nel test del tampone di cotone come criterio di ammissione. Ciò significa che le partecipanti devono dimostrare sensibilità o dolore in risposta a una leggera pressione con un tampone di cotone in aree specifiche della vulva. Il livello di risposta al dolore viene spesso quantificato e deve soddisfare una soglia minima per l’arruolamento.[12]
Esclusione di Cause Infettive e Dermatologiche
Gli studi clinici per condizioni vulvovaginali richiedono tipicamente test completi per escludere infezioni attive o disturbi cutanei trattabili. Questo garantisce che le partecipanti abbiano davvero la condizione studiata piuttosto che sintomi causati da qualcosa che potrebbe essere risolto con trattamenti esistenti. I test possono includere colture vaginali, misurazione del pH, microscopia e talvolta test ripetuti in più momenti per confermare l’assenza di infezione.[6]
Valutazione della Funzione Sessuale e della Qualità di Vita
Molti studi clinici che valutano trattamenti per il fastidio vulvovaginale includono questionari validati che misurano la funzione sessuale, la qualità della vita, il benessere psicologico e la soddisfazione nelle relazioni. Queste valutazioni aiutano i ricercatori a comprendere l’impatto completo della condizione e se i trattamenti migliorano non solo i sintomi fisici ma anche aspetti più ampi della salute e del funzionamento.[2]
Valutazione del Pavimento Pelvico
Alcuni studi clinici, in particolare quelli che studiano trattamenti che coinvolgono fisioterapia o riabilitazione del pavimento pelvico, possono richiedere una valutazione specializzata da parte di un fisioterapista esperto nella valutazione del pavimento pelvico. Questa valutazione può identificare se la disfunzione dei muscoli del pavimento pelvico—come l’aumento della tensione muscolare, punti trigger o incapacità di rilassare i muscoli—contribuisce ai sintomi. Tale valutazione aiuta a determinare se le partecipanti potrebbero beneficiare degli interventi specifici testati nello studio.[15]

